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Storia di qui

Di Mauro Deusebio

Credits – Valpe, 70 anni di emozione, D. Arghittu – M. Deusebio – Ediz. Industria Grafica Sanmorì

C’è chi nasce in una famiglia senza problemi e chi no.

I nati in famiglie senza problemi si assomigliano tutti; io sono nata tra i diseredati e non assomiglio ad anima viva.

Gestisco, dopo mia madre, una pensione per giovani di belle speranze e vivo nell’incertezza guardata con supponenza dagli affermati e con disprezzo dagli invidiosi: i primi si chiedono quanto sopravviverò, i secondi perché sopravvivo.

Fu la mamma, non ancora maggiorenne, a lanciarsi nell’impresa verso la metà degli anni ’30 con un gruppo di studenti suoi coetanei. Non vi dico la reazione della gente; manco avesse aperto un bordello!

Furono soprattutto le fidanzate dei suoi amici a sollevare questioni: “Ma che vuole questa”, “Non ha di meglio da fare”, “Si mette in mezzo per portarceli via”. Reazioni comprensibili, lo diceva anche la mamma, ma inascoltate dai giovanotti felici di frequentarla e di trovare, grazie a lei, un divertimento senza pari.

Negli inverni che seguirono si parlò in incontri segreti di gite in Francia, di raduni presso un laghetto di Luserna, il Blancio, dove i ragazzi trovarono sempre ad accoglierli una folla di curiosi.

Durò poco. La guerra mise fine al sodalizio e la mamma, non più perturbatrice di animi innocenti, riconquistò il suo buon nome e passò ad altro.

A dire il vero, cosa fosse questo ‘altro’ non l’ho mai saputo.

Ci sono sempre stati buchi temporali nei racconti della mamma, certo ai bimbi piccoli non si racconta tutto. L’ho scoperto, si fa dire, l’altro ieri che esistono, tra gli adulti, segreti inconfessabili di tipo economico o di rapporti tra persone; segreti a volte spregevoli o pruriginosi, altri nobili, mai banali.

Credits – Valpe, 70 anni di emozione, D. Arghittu – M. Deusebio – Ediz. Industria Grafica Sanmorì

La vecchia pensione riaprì soltanto al passaggio tra gli anni ’40 e ’50, la rimisero in piedi i ragazzi di un tempo, ormai sposati, che non vollero tradire il passato riproponendo alla mamma la gestione.

Ricomparvero anche le vecchie polemiche, non più sollevate da fidanzate, ma da mogli, troppo sovente lasciate a casa, e dai soliti benpensanti capaci di vedere il male nelle iniziative non codificate dal pensiero comune. A sentire la mamma, le critiche esterne furono un bene: i suoi accoliti trovarono subito altri adepti e il clima di fratellanza finì col coinvolgere tutti.

Purtroppo l’idillio durò pochi anni: il successo dell’iniziativa e la conseguente necessità di ampliamento, qualche incomprensione e l’impossibilità di tenere testa alla concorrenza sui prezzi praticati, costrinsero alla chiusura.

Ricordo l’orgoglio con il quale la mamma mi mostrava, di tanto in tanto, una fotografia dei pensionanti dell’epoca: dieci giovanotti sulla trentina e un ragazzino: “era il più bravo”, diceva la mamma, “e la sua bravura lo portò presto lontano”.

Sembrava tutto finito, ma la pensioncina aveva radicato nell’immaginario dei ragazzi del luogo e, dopo vari tentennamenti, si tornò in pista; è questo un modo di dire metaforico che però racconta bene quanto successe. I tempi difficili, quelli con gli uscieri sull’uscio, continuarono dopo la mia nascita, anche quando la pensione si trasferì in un palazzetto e quando un architetto ceko-svizzero, capace organizzatore, portò l’attività all’acme.

Poi le tragedie del ’77, il palazzo rimesso in piedi con corale partecipazione, gli ospiti dell’epoca, autentici giocolieri, grazie ai quali fu facile resistere alle canzonature sugli irrisori livelli d’una pensione di provincia. Io andavo fiera del carattere della mamma, del suo arroccamento teso a far fruttare un’affettuosità guadagnata negli anni.

Oggi, col minore impulso collettivo, con l’ideale ridotto a fazione, oggi che l’apparire sembra più importante dell’essere, mi sentirei meno fiduciosa, ma staremo a vedere.

Nel 1983 fu giocoforza perdere una stella, da lì giù a rotta di collo: inseguite dai debiti, affossate da falsi amici, io e la mamma fummo tenute a galla da avventori locali che avevano lo stesso spirito dei ragazzi dell’esordio, di quelli del ’63, dei funamboli organizzati dal ceko-svizzero.

Nemmeno una lunga chiusura per i necessari lavori di ristrutturazione fu in grado di far dimenticare un’attività che io consideravo, con un po’ di presunzione, il nostro atelier. Quando le lungaggini burocratiche misero in pericolo la prosecuzione dell’esercizio si arrivò al sollevamento popolare e, in quell’ambiente aggregante, nacque mia figlia: un segnale o, almeno, un’avvisaglia di continuità.

Si riprese con alti e bassi, arrivarono pensionanti donne, tornarono a farci visita figure note innamorate della cerchia che ci gravitava intorno; ci fu anche un fine intenditore, non in sintonia, che definì il palazzo ‘la topaia’. Ma la coesione data dalla lunga tradizione seppe impedire alla ‘topaia’ di diventare catapecchia come successe, invece, in ambiti familiari molto più chic.

Il cambio di millennio procurò guai a non finire: il palazzo fu nuovamente danneggiato dalle forze della natura, la mamma finì i suoi giorni ed io mi ritrovai a combattere da sola su nuovi fronti. Un accenno di disgregazione espose a rischio di chiusura; ma il sentimento di appartenenza, nel quale il bene comune è protetto da tutti e aperto a tutti, ben diverso dal sentimento di esclusione, che crede di salvaguardare erigendo muri, riportò la normalità.

In attesa della nuova sistemazione, che arrivò nell’anno precedente i Giochi olimpici, fu prima rimessa insieme ‘la topaia’, poi l’ormai inderogabile trasloco aprì inattesi orizzonti. Chissà quanto sarebbe piaciuto alla mamma l’atelier nuovo di zecca!

L’arrivo di diversi curiosi personaggi elevò lo standard della pensione; bisognò ancora lottare contro un avverso destino materializzatosi in un incidente stradale, però, mentre mia figlia cresceva, l’entusiasmo collettivo permise sovente di esporre il cartello ’Tutto esaurito’.

Credits – Valpe, 70 anni di emozione, D. Arghittu – M. Deusebio – Ediz. Industria Grafica Sanmorì

Ho conservato quel cartello perché sopra la scritta campeggiava il numero 2440 che, tra gli avventori, finì col diventare una sorta di mantra dei magici momenti prefiguranti il salto di categoria. Fu così che, sotto l’attenta guida di un bravo franco-canadese, di cui, confesso, m’innamorai, tornarono a splendere i gioielli di famiglia con, a pensione, qualche vecchia volpe e frotte di giovani capaci di vivere e suggerire utopie.

Non durò nemmeno questa volta: purtroppo l’amico franco-canadese non resse alla pressione di antiche ferite, io mi barcamenai aggrappata alla considerazione di cui ormai godeva l’attività, ma proprio quel vanto mi espose a mire incontrollabili alle quali cedetti pensando di fare il bene di mia figlia.

Oh bisogna ammettere che arrivarono lustrini e abbellimenti, ma tutto senz’anima, senza quel quid che nel tempo aveva permesso alla mamma ed a me di sentirci a casa nonostante le calze bucate, le disgrazie, i tradimenti e le calamità naturali.

L’annunciato disastro fu evidente quando con la prima coccarda in tasca si dimezzarono le entrate; eppure, nonostante le avvisaglie, non capii. Accecata dai cotillon non mi accorsi di perdere anche il buon nome di un ambiente dove, come vero fiore all’occhiello, ci si sentiva rispettati e accuditi. La seconda recente coccarda è servita soltanto a evidenziare le pecche di una gestione finita senza più bandiere e con gli avventori in fuga.

Mi dispiace che le stelle perse siano ora due.

Mi sento responsabile per non avere abbastanza vigilato, ma credo che mamma di lassù capisca le mie illusioni, i miei sogni ad occhi aperti: bisogna pur sognare per vivere!

No, l’errore non sta nel sogno, bensì nell’aver permesso che fosse portato avanti come se io non esistessi; ditelo agli avventori rimasti e ai ragazzi che saranno il nostro domani.

Ora è meglio che mi faccia da parte, tocca a mia figlia che, sia pure con un cognome diverso, si accinge a riproporre l’impresa della nonna.

In bocca al lupo a lei ed a chi ancora ci crede.

Come, non sapete chi sono io? Eppure per anni mi sono fatta pubblicità allo stadio dove il vocione dello speaker ufficiale annunciava: “Signore e signori …laaaaaaaa VALPE!”

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Presentazione ufficiale della cooperativa HCV Filatoio 2440

Si è tenuta il 31 gennaio la presentazione ufficiale della cooperativa HCV Filatoio 2440.

L’incontro si è svolto al Bar del Filatoio di Torre Pellice ed erano anni che non si vedeva tale luogo storico così gremito: erano presenti circa 150 persone.
Gli otto Soci fondatori hanno ripercorso le tappe salienti che hanno portato alla realizzazione della cooperativa, dal luglio 2016 fino all’atto costitutivo dello scorso 11 gennaio.
La scelta del nome HCV FILATOIO 2440 ha voluto essere un omaggio a un luogo storico dell’hockey in Val Pellice, ma anche a una curva che trasudava passione.
Quella passione tenuta unita di recente dal gruppo che su Facebook si è identificato nel numero 2440, simbolo della capienza massima dello stadio Cotta Morandini di Torre Pellice e numero che ora fa parte a pieno titolo anche della denominazione ufficiale della cooperativa.

Dopo la presentazione di alcuni nuovi soci che fin da subito hanno aderito al progetto dimostrandosi entusiasti a collaborare fattivamente al suo sviluppo, fra cui Simona Ferrando, Mauro Vignolo, Sergio Giacotto, Mario Fina, Anna Caffaratti, il Presidente Fabrizio Gatti ha illustrato i prossimi step del programma, che prevedono il reperimento dei primi sponsor, la costruzione di un settore giovanile che dia continuità all’attuale lavoro del gruppo che sta lavorando per la Valpellice Bulldogs, a cui sarà garantita autonomia di budget rispetto ai costi della prima squadra e la costruzione di un progetto sportivo di vertice, correlato naturalmente alle opportunità che la Federazione riterrà opportuno concedere e alla disponibilità di atleti di punta nel voler far parte di questo progetto, ma con un occhio di riguardo ai giovani locali.
A tal proposito è stata un’autentica ovazione quella che ha accompagnato la presenza in prima fila di due giocatori come Alex Silva e Marco Pozzi, che tanto hanno dato ai colori biancorossi in questi anni e che non si sono voluti perdere la presentazione del nuovo progetto.
Massimo Sainato, responsabile dell’area marketing, ha voluto brevemente illustrare i motivi salienti della scelta del progetto dell’azionariato rivolto a tutta la tifoseria, che nasce da due considerazioni piuttosto evidenti: la mancanza sul territorio pinerolese di mecenati realmente in grado di intervenire con le proprie risorse economiche e quindi a quel punto a tutti gli effetti proprietari unici del club e la presenza invece di una comunità allargata che identifica nell’hockey l’elemento caratterizzante del territorio, proprio come è il Barcellona, non solo un fenomeno di tifo, quanto piuttosto la rappresentazione di una comunità, quella catalana, unica e diversa rispetto al resto della Spagna.
Quella comunità che di fatto ha rappresentato l’azionista di maggioranza di qualunque progetto sportivo realizzato in Val Pellice, senza però mai avere alcuna possibilità di intervento nelle decisioni.

Il Presidente Fabrizio Gatti ha poi voluto spiegare in maniera dettagliata le caratteristiche salienti della cooperativa sportiva dilettantistica, il cui statuto si attiene a quanto previsto al riguardo dalla legislazione italiana.
E’ a responsabilità limitata, dunque il socio risponde esclusivamente per il valore delle proprie quote, il cui valore nominale è di 25,00€ cad.
Si può sottoscrivere più di una quota, ma indipendentemente dal numero di quote versate, il voto in assemblea varrà sempre solo 1.
Possono diventare soci tutti i cittadini italiani maggiorenni. La domanda deve essere approvata dal CDA.
La quota sociale si versa all’ingresso, dopo di che ogni anno i soci saranno eventualmente chiamati a versare il sovrapprezzo deliberato a maggioranza dall’assemblea dei soci in sede di approvazione del bilancio.
Ciò significa che sarà sempre e solo la maggioranza dei soci presenti in assemblea a determinare il valore della quota annuale. Chi non vorrà aderire sarà ovviamente libero di lasciare la cooperativa.
Fra le caratteristiche principali dell’HCV Filatoio 2440, rivoluzionarie rispetto al passato, c’è la determinazione del potere sovrano all’assemblea dei soci, che non solo eleggerà Presidente e membri del Consiglio Direttivo, ma dovrà approvare sia il budget di previsione per la stagione successiva, sia il progetto sportivo ad esso collegato.
Qualcosa davvero di unico nel panorama sportivo italiano.
Per motivi legislativi il minorenne non può votare bilanci e impegni economici, quindi non può essere socio della Cooperativa.
Tuttavia, siccome si può possedere più di una quota, sarà possibile destinare una Card Socio al figlio minorenne, che non darà diritto alla partecipazione all’Assemblea ma permetterà di usufruire degli altri vantaggi del Socio.

Quindi in sintesi HCV Filatoio 2440 è una cooperativa dove:
1) Un bene di tanti sarà proprietà di tanti
2) Non si corrono rischi economici
3) Si avrà partecipazione diretta alle scelte
4) Ogni socio avrà un solo voto

L’obiettivo morale è la costruzione di «Casa Valpe», un contenitore dove nessuno si senta escluso, attraverso l’allargamento della Società Cooperativa a tutti coloro che ne vorranno fare parte.

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Presentato il logo

Frutto dell’opera di Mario Fina, un graphic designer di fama internazionale che vive a Torre Pellice, il nuovo logo è stato presentato nel corso della serata del 31 gennaio al Filatoio.
Perché un’aquila?
L’aquila si identifica con il territorio in quanto animale presente sulle vette che circondano la Val Pellice e in senso più lato su tutte le Alpi e quindi sul territorio montano della nostra regione.
Ma ancora di più l’aquila si identifica con l’hockey e con i valori che il nostro progetto intende trasmettere:
L’aquila si caratterizza per la particolare robustezza e prestanza fisica: becco potente ed uncinato, testa grande, ali ampie, corpi generalmente ricoperti di piume sino al piede che presenta artigli robusti, ricurvi e affilati.
Ma l’aquila dispiega anche un volo potente, spesso maestoso, capace di volare ad altezze irraggiungibili agli altri per poi piombare con velocità impressionante sulle prede.
Grazie a queste caratteristiche ha destato in tutti i popoli antichi il mito dell’invincibilità.
Ma indica pure acutezza mentale e ingegno.
Velocità, potenza, robustezza: tutti valori dell’hockey.
Maestosità, capacità di volare più in alto di tutti, invincibile predatore degli avversari: tutti valori della nostra squadra!

Il simbolo della Torre identifica il comune di appartenenza della squadra.

Il disco e le stecche sono ovviamente il richiamo all’hockey su ghiaccio.
Il tricolore, che è il massimo riconoscimento a cui ambisce un Team, identifica l’appartenenza all’Italia.
Il font della parola Filatoio è volutamente retrò per riportare alla lunga storia e alla tradizione del Filatoio, mentre la scritta 2440 ha un carattere decisamente moderno in quanto rappresenta il futuro.

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